PASSI D'ARTISTA 1998



"La città e gli artisti" 
Queste note sono un mio contributo di partecipazione, insieme con gli artisti della Casa dell'Arte e di Portofranco, all'evento Passi d'Artista 1998. Aderendo all'iniziativa, abbiamo inteso far nostro quello che riteniamo lo spirito della manifestazione, portare nel contesto della città i progetti, i sogni, le idee e le opere d'arte, permettendone un impatto non mediato con il traffico, la folla, i semafori, lo shopping, i vigili urbani, i palazzi, i piccioni, insomma con tutto quanto costituisce la realtà quotidiana dell'ambiente urbano. In questo ambito, gli artisti hanno costituito una specie di corteo che si è snodato lungo un percorso arduo, che ha tagliato le linee di forza della città, creando volutamente ostacolo ed impaccio, e costringendo, dunque, i passanti a uno stacco di curiosità e di riflessione.
L'assunto è ambizioso, ed ho i miei dubbi che i risultati siano stati congrui con i propositi: mi sorge anzi il quesito se sia efficace - e fino a che punto lo sia - quest'arte animosa, generosa, sostenuta da fervore di fede, gettata in un contesto dispersivo, stridente di contraddizioni, ricco di mille motivi di distrazione. Il dubbio si pone con molta forza logica, come sempre quando si tenta l'arte con motivazioni esterne, che la costringano a conquistare il mondo, o a prodursi in progetti risolutivi di problemi sociopolitici, o a far proselitismo parlando alle folle. Si pone, dunque, anche quando si vuole che l'arte parli alla città, e si pretende che la sua voce sia così forte, così dolce, così suadente, così prevaricante da vincere e convincere. Quando, insomma, si attribuisca all'arte il ruolo improprio di Messia. Io non credo che questo sia l'intendimento degli artisti che hanno partecipato all'evento fiorentino. Essi hanno vissuto il proprio momento non ritirandosi nel mondo convesso della propria esperienza privata, ma neppure pretendendo di insegnare e convincere alcuno: hanno semplicemente osato proporre se stessi con tutta la verità di cui sono capaci, colorando l'esperienza di passione, ironia, rigore, gioia di vivere, od altro, a seconda delle diverse personalità e delle diverse prospettive con cui ciascuno intende e vive la propria esperienza creativa.
Questo, in fondo, è l'essenza dell'arte: un'attività dello spirito umano (mi si passi questa reminiscenza di filosofia idealistica) che, interrogando e verificando se stessa, si cimenta ad esprimere i diversi approdi, senza porsi, se non in modo armonicamente sequenziale (non dunque come assunto aprioristico), mète esterne, didattiche, etiche o di praxis politica. Queste saranno perseguite in rapporto agli interessi, alla cultura, alla ideologia degli autori, non come disegno progettuale.
Dunque, non so quanto la città, omnivora divoratrice di vite, abbia ritenuto dell'impegno degli artisti che per un pomeriggio l'hanno attraversata, inserendo temi e metodi per essa anomali e provocatori. Non so, per esempio, se si sia accorta dell'ampio gioco di vento che Ivano Vitali ha intessuto in Piazza della Signoria e nel cortile interno degli Uffizi; o dell'azione purificatrice che Paolo Bottari ha svolto catturando con la sua manica a vento gli odori e gli umori stagnanti nell'aria; o del contrasto forte che la tela bianca di Mauro Andreani ha prodotto raccogliendo lo sporco del selciato e lasciandosi attraversare dalle ruote delle automobili; o della presenza ieratica, ermetica eppure scoperta (allusione affettuosamente ironica alle processioni religiose), degli stendardi dei Santini Del Prete., o infine della passione forte e ingenua di Enrico Mori che, con la gabbana grigia macchiata di tinta, professava la sua appartenenza alla categoria dei pittori.
Forse di tutto ciò non è rimasto nulla nel ricordo del passante frettoloso, né della città, mostro dall'indole volubile; eppure l'evento non è stato insignificante, né inutile, anzi significante e utile nei termini di cui sopra si discuteva. In quel pomeriggio, quel tratto di città è stata diversa per la presenza degli artisti: forse essi sono riusciti a suscitare solo curiosità, forse hanno rischiato od anzi ottenuto il ridicolo, comunque hanno proposto un mondo di umanità, di libertà, di verità che, ritengo, è il loro precipuo ruolo nella società veloce e distratta in cui vivono.
In questa prospettiva anche il sottoscritto, che si è dato il semplice compito di documentare l'evento con un video, e di commentarlo con le presenti considerazioni, si dichiara partecipe e cittadino di questo mondo di artefici di sogni, che propongono i sogni come utopia della realtà. In effetti, non mi riesce di immaginare una realtà più vera ed intensa dell'utopia. Quando questa sarà morta, noi tutti morremo.
Bruno Sullo (Livorno, 21 ottobre 1998)

L'antico "gioco della carbonella"
"E ben so io quante sieno le fatiche, i disagi et i danari che ho speso in molti anni dietro a quest'opera. E sono state tali e tante le difficultà che ci ho trovate, che più volte me ne sarei già votato gli colleoni per disperazione, se il soccorso di molti buoni e veri amici, meco associatisi al fine di diffondere nello modo meliore le arti moderne, non mi avessero confortato con si importanti aiuti.
Ma per venire alfine oggimai di sì lungo ragionamento, vulendo assolvere all'íncarico datomi da Cosimo I, detto il CLEMENTE, dell'approntamento sullecito degli Uffizi et dello padiglione dello Mecanotessile et della reorganizzazzione et decorazzione del Palazzo Vecchio la iscelta degli scultori, pittori et architettori più adatti maggiormente a questo iscopo ebbe risoluzione la più adeguata per tramite del "gioco della carbonella". Se non pittore, scultore et architettore fusse il vincitore, compito suo sarà del curatore o del press-agent che par lustro ricopron delli artisti.

Giorgio Vasari, "Le vite dei più eccellenti pittori, scultori et architettori", pagg. 1386-87

Per quattro secoli la soluzione escogitata dal Vasari per l'assegnazione degli incarichi per le ralizzazioni di opere d'arte in luoghi di grande prestigio è rimasta misteriosa. Il "gioco della carbonella", appena nominato dall'autore delle "Vite", non trova riscontro d'altronde in nessun altro testo coevo. Finalmente il casuale ritrovamento, alla fine del 1991, di un oscuro reperto nelle cantine de "La Casa della Sposa" ha permesso, dopo l'accurato e minuzioso restauro realizzato mirabilmente in questi ultimi sei anni dalle maestranze dell'Opificio delle pietre dure e i paralleli intensi studi portati avanti dai migliori esperti in materia, di fare luce, senza ragionevole ombra di dubbio, sulla questione. Il piano irregolare, con i sei alloggiamenti semisferici, in granito rosa della Lituania, e le sei sfere di preziosi marmi policromi di Corinto, sono contenuti, con affascinante contrasto, da una cassetta, di volgare abete, solitamente usata per contenere la "carbonella", da cui il nome del gioco che consisteva nel far collocare, senza l'aiuto diretto delle mani e in un tempo prestabilíto, le sfere negli appositi alloggiamenti ricomponendo così lo stemma familiare dei Medici.
Per la prima volta esposto oggi, 18 aprile 1998, in occasione della seconda edizione di "Passi d'artista" si è voluto che "il gioco della carbonella" riprendesse la funzione originaria di elemento di selezione per la distribuzione dei numerosi incarichi pubblici che questa amministrazione ha ferma intenzione di affidare ad artisti (e non) allo scopo di valorizzare le ricche capacità degli operatori fiorentini e toscani e di rendere alla nostra città quel ruolo centrale nel campo della cultura nel quale da sempre trova la sua naturale e primaria vocazione.